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2012-02-28

Chi rubò la Gioconda nel 1911 ?




Impressa sulle t-shirt, sbeffeggiata dall' aggiunta di baffi e boccoli, la Gioconda di Leonardo patisce nel Novecento gli esiti estremi di una secolare degradazione. Simbolo dell' Arte maiuscola che la massa, ormai alla ribalta della storia, dissacra e contamina facendone merce di consumo, il celebre dipinto aveva perduto l' aureola assai per tempo ed è il primo a evadere dal Museo che nel Manifesto futurista del 1909 Marinetti voleva addirittura bruciare: «Il faut brûler le Louvre!». Ma la Gioconda, vertice artistico del Rinascimento, non godrebbe del primato della volgarizzazione - inesorabile destino dell' arte moderna - se non avesse alle spalle una lunga trafila di imitatori e di interpreti. Già nel Settecento Joshua Reynolds ne aveva riprodotto il sorriso ambiguo nella sua Nelly O' Brien, una prostituta londinese; e lo stesso sorriso Gustave Moreau stamperà sulle labbra di Hélène come Beardsley su quelle di Salomè. Sono appunto Decadenti e Simbolisti a farne un mito, girando e rigirando intorno all' interpretazione di Walter Pater (Saggi sul Rinascimento, 1878). Chi era Monna Lisa del Giocondo? Enigmatica, al pari del paesaggio roccioso nello sfondo, il mistero che da sempre l' avvolge, poiché di lei si conosce solo il nome, ha favorito le più svariate identificazioni. Così, di congettura in congettura, un Leonardo «maledetto», al quale si è a lungo attribuita per errore l' inquietante Medusa, invece fiamminga, ispiratrice di molti versi (Shelley, Gautier, Bourget, d' Annunzio...), avrebbe raffigurato la meretrice per eccellenza. Questa la fortunata opinione di Pater, battistrada che pesca nel torbido in cui il ritratto cadrà definitivamente sullo scorcio dell' Ottocento, quando, oltretutto, nelle vie notturne di Parigi si aggirano frotte di prostitute travestite e sorridenti «à la Lise» (ne riferisce il pittoresco Arsène Housseay, dedicatario dei Petits poèmes en prose di Baudelaire). Vero e proprio «fiore del male», il quadro esce dunque dal Museo per incarnare il connubio triviale tra arte e meretricio: viene «posseduto» in cambio di denaro. Già metaforicamente sottratta dal suo ricovero elitario, è pertanto scontato il furto della Gioconda, trafugata dal Louvre il 23 agosto del 1911 e quindi latitante per ben due anni. Sarà infatti recuperata solo nel 1913 a Firenze, dove un italiano psicolabile, tale Vincenzo Peruggia, cerca di piazzare presso un antiquario il prezioso corpo del reato. E scontato, anche, che Giuseppe Scaraffia, studioso di dandismo e fatalismo femminile, ricavasse dalla vicenda un suo appassionante Sorridi, Gioconda!, romanzo-verità basato sui documenti relativi all' ardua indagine della polizia parigina.
Del resto, la rosa eccellente dei sospettati non poteva non invogliarlo a ripercorrerne interrogatori e pedinamenti. Perché tra i possibili colpevoli entrano in gioco sia Apollinaire che Picasso, artisti frustrati dall' irraggiungibile perfezione leonardesca che potrebbe declassarli nel basso rango degli imitatori seriali. Il movente del furto sarebbe insomma l' «ansia dell' influenza», ovvero lo schiacciante passatismo da cui l' Avanguardia tenta di affrancarsi. Come i videogiochi della più aggiornata didattica museale (non certo in Italia), Scaraffia dissimula sotto la veste del racconto avvincente una dotta lezione figurativa, specie quando ha l' astuzia di convocare sulla scena del misfatto il giovane Junger, testimone oculare (accadde realmente) del dipinto in cui Picasso si misura con Leonardo. E impartendo la sua giocosa lezione Scaraffia colma per giunta una lacuna. Il furto della Gioconda non poteva non impressionare d' Annunzio, allora di stanza ad Arcachon. Capace come pochi di far leva sullo scandalo per primeggiare, più che mai in cerca di notorietà visto che ha voltato ingloriosamente le spalle alla patria, messo in fuga dai creditori, l' esule promette tempestivo all' Excelsior di Pierre Lafitte un romanzo sull' evento clamoroso, non senza spacciarsi per temporaneo custode del dipinto, in modo da alzare il prezzo dell' opera che chiama non per nulla Histoire extraordinaire. Eccitato e misterioso, ne parla anche con Luigi Albertini, pronto a ospitarla a puntate nel Corriere della Sera: «Non posso immaginare - gli scrive Albertini il 12 settembre 1911 - dove cominci il fantastico e finisca il reale. Mi spieghi meglio il mistero, La prego». Nonostante che abbia collaborato attivamente alle indagini di polizia, per ragioni - dice - patriottiche (negli Archivi del Vittoriale si conserva un nutrito dossier in proposito), d' Annunzio ha poi eluso il romanzo, che, quasi continuazione delle Vergini delle rocce, avrebbe potuto somigliare a quello, oggi, di Scaraffia. Aveva tutte le carte in regola, Gabriele, per impartire una lezione sull' opera d' arte nella modernità, sul mercato della Bellezza, sul Museo e sull' ansia da imitazione. Si è fatto udire a gran voce, tra Mallarmé (Lettre à Lefebure), Barrès (Une visite à Léonard) e Valéry (Introduction à la méthode de Léonard), nel coro europeo che fonda il mito di Leonardo.
 Non abbandonerà perciò del tutto il racconto del furto che il Reggente di Fiume fa rinverdire nel 1920. Nelle more, il romanzo si è trasformato in un abbozzo di sceneggiatura destinata a Griffith con il titolo L' uomo che rubò la Gioconda. Per il cinema e le sue «truccherie», d' Annunzio tratteggia una parabola della volgarità, confessando di aver trattenuto presso di sé il quadro per tentarne un restauro salvifico. Con un prodigio d' alchimia, prova a ripulirlo, prima che sia troppo tardi, dagli innumerevoli sguardi d' ammirazione depositati sulla sua superficie: una patina invisibile ma alla fine, a sentir lui, micidiale.