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2012-06-05

Qumran , realtà o leggenda?


Estate 1947: tre beduini della tribù dei ta'amireh, al secolo Muhammad ed-Dibh (“Il lupo”), Juma Muhammad e Khalik Musa, giocavano a lanciare sassi dentro grotte buie, spaventose e apparentemente prive di significato per loro. Un rumore sordo, come di cocci rotti, li avrebbe d'improvviso catapultati nella storia, per sempre.
 Questa che potrebbe essere a buon diritto la presentazione di un libro-romanzo sui Rotoli del Mar Morto è in effetti... ciò che sappiamo dai suddetti sulla storia della scoperta archeologica più importante del XX secolo. Ma i fatti andarono veramente così? Cerchiamo di vederci chiaro.
«La scoperta in se stessa, tutt'altro che spettacolare, ha creato un'infinità di problemi. I tre beduini si rivelarono tutt'altro che pastori sprovveduti che si fossero imbattuti innocentemente in una grotta, e poi, altrettanto ingenuamente, come per gioco, in altre ancora; ché anzi raggirarono gli archeologi professionisti ogni volta che si facevano vivi. La loro tribù praticava il contrabbando da generazioni e gli impervi dirupi che fiancheggiavano il Mar Morto, con i loro profondi wadi e grotte apparentemente inaccessibili, erano depositi ideali per la merce di contrabbando, ancor più di quanto non fossero serviti di nascondiglio ai rivoltosi di Bar Kokhba nel II secolo.» La testimonianza qui riportata è tratta dai discorsi del compianto Carsten Peter Thiede, biblista e papirologo scomparso nel novembre del 2004, certamente uno dei massimi studiosi dei papiri contenuti nelle grotte di Qumran, tenuti nelle sue numerose conferenze sull'argomento.
La tribù insomma conosceva benissimo quelle grotte e soprattutto quei rotoli: quello che non conosceva era il significato; così, quei papiri dalla scrittura indecifrabile, ancorché servire ad accendere il fuoco o a incartare chissà cosa (come sembra certo dall'immensa quantità di papiri che «dovevano essere» e invece non sono), divennero merce di scambio per guadagnare qualche soldo. Il primo “scienziato” a scoprire i rotoli fu un mercante di professione, tal Feidi al-Alami, che aveva fama di essere esperto di antichità, contattato dal negoziante di betlemme, un certo Ibrahim Ijha, al quale si erano rivolti i beduini: subito, Feidi mollò il caso etichettando i rotoli come merce rubata, dunque di contrabbando. Di certo, i tre non si rivolsero né agli ebrei, né a francesi o inglesi, come qualcuno va ancora sostenendo: sta di fatto, che ad un dato momento comparvero sulla scena due cristiani, entrambi arabi siro-ortodossi, Giorgio Shaya (nome arabo per Isaia) di Gerusalemme e Khalil Iskander Shahin (detto Kando), un calzaturiere di Betlemme. Il primo aveva aiutato i ta'amireh a vendere la loro mercanzia a Gerusalemme: fu questo, una volta saputo dei rotoli, a contattare il secondo. Fortunatamente Kando, tra le sue conoscenze in alto loco, annoverava anche quella del giovane Mar Athanasius Yeshue Samuel, appassionato collezionista di antichi manoscritti per la celebre biblioteca del monastero di San Marco in Gerusalemme, di cui ne era superiore/vescovo. Samuel riconobbe subito l'antichità dei rotoli, ma non sapeva di ebraico: si rivolse allora ad alcuni studiosi dell'Università ebraica di Gerusalemme: questi riconobbero nei papiri frammenti delle Sacre Scritture (segnatamente Isaia ), ma li bollarono come medioevali. Non pago della risposta, e cosciente al contrario della loro antichità quindi importanza, il vescovo tornò da Kando: questi con abile diplomazia, tornarono alla grotta 1 insieme ai beduini, scoprendo altri rotoli e alcune giare. Si aprì di colpo un nuovo mercato. Shaya vendette al vescovo Samuel la sua parte e i rotoli del primo ritrovamento. 

I beduini tornarono da Feidi al-Alami che acquistò tre rotoli per sette sterline (denaro sufficiente per comprare un fucile e una moglie, nulla rispetto alle venti per cm 2 che i beduini chiederanno non molto tempo dopo). Feidi mostrò i rotoli ad Eleazar Sukenik, docente all'Università ebraica di Gerusalemme: quando questi poté vedere i rotoli il 25 novembre 1947 , da straordinario esperto di epigrafia ebraica antica qual era, ne riconobbe finalmente la fondamentale importanza. Ma i soldi tra questi principali attori scarseggiavano: Samuel fu consigliato di rivolgersi agli americani, che dirigevano la ASOR , American School of Oriental Research, a Gerusalemme: tra loro vi erano studiosi del calibro di John Trever e William Brownlee, i primi a fotografare i rotoli, e Millar Burrows, valido studioso ebreo.
L' 11 aprile 1948 , il mondo conosceva i rotoli del Mar Morto: l'ASOR di New Haven diffuse un comunicato stampa sui rotoli del vescovo Samuel in cui veniva assegnato un posto di primo piano al più antico rotolo di Isaia giunto fino a noi, comunicato ripreso dai principali quotidiani internazionali. Il resto è storia conosciuta: molto ritardo venne procurato dai rancori fra Giordania e Israele (al tempo militarmente ai ferri corti), che a turno si divisero il possesso dei rotoli (ancora oggi, i rotoli sono divisi fra i musei di Gerusalemme e della Giordania). Dice ancora Thiede: «Da quel momento s'innescò una guerra accademica per l'accesso ai rotoli e alle prime pubblicazioni, e si accese una competizione fra archeologi e beduini, fra Israele e Giordania e, purtroppo, anche fra esperti ebrei e cristiani: un conflitto che covò sotto la superficie dell'attenzione pubblica per mezzo secolo ancora».
Gli scavi andranno avanti fino al 1956, portando alla luce 11 grotte ed oltre 15.000 frammenti, corrispondenti a più di 800 manoscritti: in realtà, nessuno sa con precisione quanta parte dei reperti sia oggi conosciuta: autorevoli studiosi pensano addirittura al 6% del totale!!! Tre grotte vennero ritrovate saccheggiate: 3Q, 7Q ed 8Q; altre due, 2Q e 4Q, frugate già dai beduini: chissà quanti di questi frammenti si trovano in caveau di banche o in collezioni private di ricconi senza scrupoli (basti pensare che la grotta 7, i cui frammenti sono ancora oggi al centro di controversie, ha gettato una luce sulle origini del cristianesimo come mai nessuno più forse potrà fare...).