2015-10-08

/*-*\ La maschera del diavolo di Marsala

Questa maschera dalle fattezze grottesche è stata ritrovata nella piccola isola di Mozia davanti a Marsala, durante alcuni scavi in un santuario cartaginese del VI secolo a.C. All’interno dell’area sacra furono rinvenute ossa di animali e di bambini che venivano sacrificati agli dèi; pratiche orribili ricordate dalle steli ancora presenti. 
Tra i vari oggetti, nel contesto orribile dell’evento, non lascia indifferenti la maschera definita “demoniaca” per il suo spaventoso atteggiamento. Gli occhi sono incurvati verso l’alto e la bocca sconfina in un ghigno distorto. 
Veniva indossata in occasione del sacrificio nel tophet, il santuario in cui i corpi venivano bruciati, affinché giungessero in dono agli dèi Baal Hammon e Astarte. La pratica riguardava per lo più i primogeniti maschi, quanto di più prezioso si aveva da offrire. Questa maschera, all’apparenza sorridente, esprimeva felicità per il dono alle divinità, ma allo stesso tempo la contrazione facciale denotava un pianto disperato per il terribile sacrificio: all’apice della disperazione infatti, l’uomo distorce occhi e bocca in tale fattura. 

Questo tipo di espressione definita grottesca era abbastanza diffusa nelle maschere con finalità apotropaica, ovvero utilizzate per scacciare il male, la cui funzione originaria era quella di spaventare il nemico e tenerlo lontano. Infatti le è stato attribuito anche il nome di ‘riso sardonico’, in riferimento alla tipologia ‘sarda’, in quanto simili oggetti sono stati ritrovati anche in Sardegna. 




La maschera, utilizzata durante i riti divinatori, veniva indossata anche per tenere in disparte i demoni che potevano arrecare danni alla buona uscita dei rituali. Insomma spaventava, e osservandola ne comprendiamo il perché. 


tratto dal libro "Oggetti, misteriosi, inspiegabili e magici in Italia"